(a volte anche davanti a un cane randagio)
Viviamo tempi strani. Siamo circondati da stimoli, possibilità, connessioni, eppure spesso restiamo spettatori della nostra stessa vita. In un mondo che applaude chi fa, chi agisce, chi produce, c’è poco spazio per chi sente. Per chi osserva, indugia, riflette. Eppure anche questo è un movimento, anche questo è un vivere.
Quello che segue non è un’analisi né un pensiero ordinato. È una voce che parla da quel luogo sospeso in cui molti si rifugiano, senza confessarlo. Magari anche tu. Magari anche io. Magari siamo più simili di quanto crediamo, soprattutto nei momenti in cui non abbiamo più voglia di raccontarci.
In quel momento avevo bisogno di te perché avevo bisogno di me. Te l’ho già detto? Te l’ho già detto, sì. Solo che quando l’ho fatto non ho parlato. Anche se pretendevo una risposta. Una risposta a cosa? A uno o due sospiri, a quattro sguardi. Ma chi li conta? Io.
Domani tornerò e tu non saprai che sono stata via, mentre, io, di te, conosco anche l’alito cattivo di quando mangi troppo tardi la sera. Io so tutto, più di quanto tu sappia di te.
Se lo faccio per altruismo o per lucidare le armi, non l’ho capito. Ma mi ascolto. Almeno io lo faccio, per avere la sensazione di fare qualcosa o per avere l’illusione di interagire con qualcosa di più del mio lavoro o delle mie distrazioni.
Forse ti osservo perché voglio essere spettatrice della mia distruzione, mentre gli occhi non ti vedono più nella tua forma di esistenza, ma, in quella di sostanza nella mia vita. Come motivo e motivi di questo o di quello. Di ciò che vorrei ma non posso e di quello che devo e non voglio.
Ma se fosse tutto il contrario di tutto e quello che voglio fosse quello di cui ho paura e quello che devo, ciò che mi tiene al sicuro?
Anche quando ti giudico, tu nel frattempo fai, io nell’osservazione, giaccio.
Sono ferma in questa flaccida ripetizione di respiri tutti uguali. Nella felicità confezionata ad arte, i sorrisi smuovono i muscoli e intristiscono l’anima che, vorrebbe liberarsi dal limbo che le creo intorno.
Ascolta, devi prendere tu l’iniziativa.
Perché io mi sono cristallizzata nell’attesa e, anche quando mi sembra di fare molte cose, mi rendo conto che tu vivi più di me. Anche nella tua forma più statica.
Vorrei rivolgere gli stessi sguardi che ti dedico, direttamente a me, perché in quel modo potrei cambiare qualcosa.
Se scappassi forse sarei persa e, se fossi persa, probabilmente, cercherei te per ritrovarmi.
Qualcuno mi ha detto che il destino è un’estensione della mia volontà. Come si fa quando non c’è questa volontà? Come si riesce a vivere appieno quando il tuo pieno è strapieno di altro che non sei tu?
Ieri sera ho visto un cane randagio che mi fissava dall’altro lato della strada, uno sguardo curioso e consapevole, attendeva, ne sono sicura, che gli facessi una domanda.
Ma se avessi fatto una domanda a un cane cosa ne avrei potuto ricavare?
Adesso non faccio altro che avere, davanti agli occhi, il muso di quel cane che mi giudica, che sbuffa, che si aspetta delle cose da me, solo perché mi ha osservata, solo perché lui conosce delle cose di me, che io ignoro.
Forse non le voglio sapere.
Mangio ma non ho fame, mangio perché il cibo è vita, ma, a me, non sembra di masticarla, questa vita, nel modo giusto.
Non è importante capire tutto, oggi.
È importante riconoscere che certe emozioni sono parte di un paesaggio interno che non va temuto, ma abitato. Anche se a volte ha il muso di un cane che ci guarda da lontano.

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